La Cassazione conferma gli orientamenti già epressi in tema di mobbing: 1) La bipartizione del danno nelle categorie di patrimoniale e non patrimoniale. 2) La necessità della prova del danno da demansionamento e dequalificazione.
NON SI PUO' DIRE AL PROPRIO SUBORDINATO: "LEI NON CAPISCE UN C..."
Con sentenza n.3338 del 25 luglio 2008 la Sezione IV Penale della Cassazione ha sostanzialmente confermato la sentenza della Corte d'Appello di Catania del 12 giugno 2007, affermando che commette il reato di ingiura il superiore gerarchico che apostrofi il dipendente a lui subordinato con la frase "Lei non capisce un c..." . Il rapporto di subordinazione non attenua i limiti al diritto del superiore di etero-determinare la prestazione del dipendente, anche eventualmente con la critica e la correzione, ma anzi il superiore deve far uso di una "attenta continenza espressiva" .
CASSAZIONE PENALE SENTENZA 23 APRILE 2008 N.16870 - MOBBING: DENUNCIARE AL SUPERIORE LE VESSAZIONI DEL COLLEGA DI LAVORO NON E' DIFFAMAZIONE
CASSAZIONE SEZ. LAVORO SENTENZA N.2728 DEL 02 FEBBRARIO 2008
Il lavoratore che chieda il risarcimento del danno biologico derivante da demansionamento ha lonere di fornire, specie ove lamenti patologie riconducibili a diverse cause (come nel caso di depressione), la prova del nesso di causalità, costituito non già da una mera possibilità o una astratta probabilità, bensì da una probabilità qualificata da ulteriori elementi (anche negativi ed inerenti alla mancanza di prova della preesistenza, concomitanza o sopravvenienza di altri fattori determinati).
CASSAZIONE SEZ. LAVORO SENTENZA N.13400 DEL 08 GIUGNO 2007
La sentenza ha affermato il seguente principio di diritto in un caso di risarcimento dei danni derivanti da mobbing e licenziamento illegittimo di un lavoratore che tuttavia già versava in uno stato di depressione ansiosa, aggravato dal comportamento del datore di lavoro:
In materia di rapporto di causalità nella responsabilità extracontrattuale, in base ai principi di cui agli artt.40 e 41 c.p., qualora la condotta abbia concorso insieme a circostaze naturali alla produzione dell'evento, e ne costituisca un antecedente causale, l'agente deve rispondere per l'intero del danno, che altrimenti non si sarebbe verificato. Non sussiste, invece, nessuna responsabilità dell'agente per quei danni che non dipendano dalla sua condotta, che non costituisce un antecedente causale, e si sarebbero verificati ugualmente anche senza di essa, né per quelli preesistenti. Anche in queste ultime ipotesi, peraltro, debbono essere addebitati all'agente, i maggiori danni, o gli aggravamenti, che siano sopravvenuti per effetto della sua condotta, anche a livello di concausa, e non di causa esclusiva, e non si sarebbero verificati senza di essa, con conseguente responsabilità dell'agente stesso per l'intero danno differenziale. La sentenza è interessante perchè chiarisce quando è possibile addebitare interamente il danno all'agente e quando invece è possibile addebitare solo il danno c.d. "differenziale". Il punto delicato della massima è nella parte in cui esige l'indagine sui danni che si sarebbero verificati ugualmente senza la condotta dell'agente. In tal modo viene introdotto un giudizio ipotetico simile a quello in tema di causalità nei reati omissivi; quest'ultimo è tema assai dibattuto e controverso, sul quale i più recenti arresti giurisprudenziali non richiedono una certezza assoluta, ma un'alta probabilità, fondata non solo su leggi scentifiche, ma anche su una completa analisi fattuale.
CORTE DI CASSAZIONE PENALE SENTENZA N.22702 DEL 11 GIUGNO 2007
Il capo ufficio che usa espressioni offensive della professionalità e della reputazione del dipendente subordinato inviando relazioni negative alla Direzione, non supportate da elementi oggettivi e al di fuori delle procedure formali di contestazione, commette il reato di diffamazione.
CORTE DI CASSAZIONE CIVILE SENTENZA N.10430 DEL 8 MAGGIO 2007
La Cassazione conferma un orientamento già espreso a SS.UU. in sede penale, e cioè che è legittima la registrazione di conversazioni purchè chi registra sia presente alla conversazione; la "intercettazione", perseguibile penalmente, avviene solo quando chi registra non sia presente. Nel caso in specie poi la registrazione eseguita per fornire prova delle angherie subite al posto di lavoro costituisce anche esercizio del diritto del lavoratore alla tutela della sua salute e del diritto di difesa.